La rappresentazione di Daniele

La rappresentazione di Daniele (in latino “Ludus Danielis”) è uno dei più noti esempi di “teatro religioso” genere che nel corso del Medioevo, a partire almeno dal X secolo, fu praticato in vari centri religiosi scolastici per rafforzare la preparazione liturgica di uomini e di ragazzi destinati al sacerdozio.
In queste prime forme di “dramma liturgico” le vicende, tratte da episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento, erano musicate sfruttando le forme vocali allora in uso come l’inno e il conductus.

Ve ne offro un esempio:
Siamo all’inizio della vicenda e in una specie di prologo di un coro di Principi invita gli uomini e i ragazzi all’ascolto delle vicende di Daniele riassumendole brevemente.
Quindi si entra nel “dramma” vero e proprio con i Sàtrapi, i governatori delle province del regno, che rendono onore alla gloria del re Baldassare vincitore degli Ebrei. 

La vicenda è tratta dal libro di Daniele, dell’Antico Testamento: in esso vengono rievocati alcuni emblematici episodi della vita di questo profeta vissuto all’epoca in cui i Babilonesi, dopo aver distrutto Gerusalemme, avevano condotto prigionieri gli Ebrei nel loro regno.

 

Qui Daniele attrae l’attenzione del re Baldassarre riuscendo a interpretare il significato di tre misteriose parole (“Mane, Techel, Phares”) che una mano invisibile (vale a dire la mano di Dio) ha tracciato su una parete del palazzo babilonese durante un banchetto in cui quel re, nel festeggiare la vittoria del padre suo Nabucodonosor sugli Ebrei, ha profanato i vasi sacri sottratti al tempio di Gerusalemme.
Le parole, secondo l’interpretazione di Daniele, profetizzano l’imminente uccisione di Baldassarre da parte dei Persiani.
Questo sconvolge il re che condanna Daniele a morire sbranato in una fossa di leoni; ma grazie alla protezione di Dio riesce a uscirne miracolosamente illeso.

Astra tenenti cunctipotenti turba virilis et puerilis contio plaudit.
Nam Danielem multa fidelem et subiisse atque tulisse firmiter audit.
Convocat ad rex sapientes, grammata dextrae quid sibi dicant, enucleantes.
Quae quia scribae non potuere solvere regi illico muti conticuere.
Sed Danieli scripta legenti mox patuere, quae prius illis clausa fuere.
Quem quia vidit praevaluisse Balthasar illis fertur in aula praeposuisse.
Causa reperla non satis apta destinat illum ore leonum dilacerandum.
Sed Deus, illos ante malignos in Danielem tunc voluisse esse benignos.
Huic quoque panis, ne sit inanis, mittitur a te praepete vate prandia dante.

Traduzione:

La folla di uomini e ragazzi inneggia con questo canto all’Onnipotente che governa le stelle.
Essa infatti ascolta con attenzione tutto cio che il pio Daniele ha sopportato e compiuto.
ll re convoca presso di sé i saggi affinché gli interpretino quelle lettere tracciate dalla Mano.
Lettere che portarono gli scribi, incapaci a comprenderle, a stare ammutoliti dinanzi a lui.
Ma a Daniele tali parole, che erano rimaste misteriose a quelli, furono presto chiare.
E quando Baldassarre vide che Daniele sopravanzava quegli uomini, si dice che lo abbia collocato nella reggia più in alto di loro.
Ma il fatto che la spiegazione trovata non fosse del tutto favorevole al Re, fece sì che Daniele fosse condannato ad essere sbranato dai leoni.
Eppure tu, o Dio, hai voluto che quelli che prima erano ostili verso Daniele diventassero a lui benigni.
A costui anche del pane viene da Te mandato in aiuto tramite il profeta volante che gli recò del cibo.

Buona Musica!

Calendimaggio

Calendimaggio è una composizione di Raimbaut de Vaqueiras ed il suo titolo deriva dalla festa popolare della primavera che si celebrava il primo giorno di maggio.
Composto da cinque strofe il brano sfrutta la stessa linea melodica su un testo in provenzale o lingua d’oc, lingua derivata dal latino, che si parlava a quei tempi nella Francia del sud.

Raimbaut de Vaqueiras

Raimbaut nasce nel 1150 (ca,) da umile famiglia a Vaqueiras, in francia; giovinetto entra al servizio del Marchese di Monferrato (nell’attuale Piemonte) e di suo figlio Bonifacio. Nel 1194 per aver salvato la vita del suo signore, nel corso di una campagna militare in Sicilia, viene innalzato allo stato nobiliare.
Tra il 1202 ed il 1204 sempre al servizio dei Monferrato prende parte alla Quarta Crociata.
Muore nel 1207 assieme a Bonifacio, trucidato con tutta probabilità in Grecia da predoni bulgari.

Di Raimbaut ci sono pervenute sette composizioni vocali, le più significative vengono scritte per celebrare la nomina di Bonifacio a comandante supremo della Quarta Crociata.


Buona Musica!

In taberna quando sumus

I Carmina Burana (Canti di Beuren) sono una serie di brani vocali su testi in latino e tedesco antico risalenti alla prima metà del XIII secolo e rinvenuti nel monastero benedettino di Beuren, in Baviera.

In questo manoscritto si trovano vari brani di carattere amoroso, numerosi lodi del vino e alcuni canti moralistici che prendevano in giro il gioco dei dadi, l’avarizia e la corruzione.

Inoltre, a fianco di canti propriamente liturgici, come quelli riferiti al Natale ed alla Passione di Gesù, si incontrano anche parodie della Messa e della Confessione; i Carmina burana furono infatti composti da anonimi ” clerici vaganti”, cioè da giovani che si spostavano in Europa per studiare: da qui il loro carattere sovente “goliardico” e irriverente. Di alcuni di essi ci è giunta anche la musica, una semplice linea melodica di non facile ricostruzione. 

In taberna quando sumus (Quando siamo in osteria) è uno scherzoso coro in onore del vino: la vita è bella e tutti devono bere in quanto ogni occasione è buona per brindare!

Come gli altri brani con musica della raccolta, anche questo non ci dice quali e quante voci dovevano eseguirlo né ci indica gli eventuali strumenti che quasi certamente prendevano parte all’esecuzione; da qui il compito degli esecutori di oggi di integrare queste lacune affidandosi tanto al loro gusto quanto ai loro studi sulla pratica esecutiva tipica dell’epoca.

Pertanto gli strumenti che sentirete e la distribuzione delle voci sono frutto di una personale scelta degli attuali esecutori.

Buona Musica!

L’alta bellezza

Come esempio di musica del Quattrocento vi presento un brano del compositore fiammingo Guillaume Du Fay; si tratta di una “ballata”, cioè di un brano la cui struttura si rifà a quella adottata molto tempo prima per le canzoni da ballare; ai tempi di Dufay tuttavia questo genere non era più destinato alla danza vera e propria.

Il brano si intitola L’alta bellezza, ed è una lode alla donna amata; non stupitevi che il testo sia in italiano: Dufay infatti lavorò a lungo nella nostra patria.

Testo:

L’alta bellezza tua, virtute, valore a che so donna m’hai donato amore.

Quanto più miro il tuo leggiadro aspetto angelico, real, degno d’impero,  d’amor s’infiamma più l’ardente petto.

Svilendo ogn’altro, fermo il pensiero in te sola, dea, signor mio diletto, e farti ancor contenta certo spero.

L’alta bellezza tua, virtute, valore a che so donna m’hai donato amore.

Parafrasi:

La tua grande bellezza, la tua virtù, i tuoi pregi mi hanno, o donna, fatto innamorare di te.

Quanto più contemplo il tuo grazioso aspetto angelico e regale, degno di ogni comando,  tanto più il mio ardente petto s’infiamma d’amore.

Disprezzando ogni altro pensiero, mi rivolgo a te sola, mia dea, mio grande diletto, e certo spero che tu ne sia contenta.

La tua grande bellezza, la tua virtù, i tuoi pregi mi hanno, o donna, fatto innamorare di te.

Guillaime Dufay

1400 ca. – Nasce nelle Fiandre e diviene presto fanciullo cantore a Cambrai

1420 – Sceso in Italia come tanti suoi connazionali, entra al servizio della famiglia Malatesta a Pesaro e a Rimini.

1434 – Dopo essere ritornato per qualche tempo a Cambrai ed essere quindi ridisceso in Italia con l’incarico di cantore papale a Roma, entra al servizio dei Savoia a Torino.

1440 – Si stabilisce a Cambrai, ma non per questo rinuncia a compiere ulteriori viaggio, ritornando fra l’altro pressi i Savoia.

1474 – Muore a Cambrai: nel testamento chiede che durante le esequie venga eseguito il suo inno Ave Regina Coelorum (“Salve, Regina dei Cieli”).

Di Dufay ci sono pervenute 9 messe, 32 mottetti e 87 chansons. Molti suoi lavori nacquero per celebrare avvenimenti particolari: ad esempio il mottetto latino Nuper rosarium flores (“Da poco i fiori di rosa”) fu composto per la consacrazione, nel 1446, del Duomo di S. Maria del Fiore a Firenze

Buona Musica!

Pérotin – Viderunt Omnes

Ecco uno dei primi esempi di polifonìa, cioè di sovrapposizione di più voci autonome e dotate di note diverse; si tratta di un organum risalente alla prima metà del XIII secolo e fondato sul seguente testo latino:

Testo:

Viderunt omnes, fines terrae salutare Dei nostri.

Jubilate Deo omnis terra.

Traduzione:

Tutti i confini della terra,  hanno vista la salvezza che ci ha recato Iddio nostro.

Ogni terra giubili al Signore!

E’ un brano a quattro voci che si pongono a reciproca distanza d’ottava, di quarta e di quinta e che quindi utilizzano gli intervalli a quell’epoca avvertiti come più consonanti.
La voce più grave, il Tenor (o Vox Principalis), intona a valori lunghi la linea melodica originale del repertorio gregoriano e funge da Cantus Firmus (canto fermo, tenuto): al disopra di essa si trovano le tre voci “organali”, notate come le sillabe delle parole Viderunt Omnes vengano enunciate assai lentamente dalla voce “principale”;

le tre voci “organali” si muovono invece in modo più animato e creano al di sopra del Tenor un’incessante serie di arabeschi sonori; esse procedono in modo parallelo e adottano formule ritmiche fisse e costantemente ripetute.

Pérotin

Pérotin (o anche Perotino), fu un compositore francese, la cui attività culminò fra gli ultimi anni del XII secolo e i primi anni del tredicesimo secolo.
È stato l’esponente di spicco della cosiddetta Scuola di Notre-Dame ed è uno dei pochissimi compositori della sua epoca di cui ci sia stato tramandato il nome e di cui sia certa l’attribuzione almeno di alcune composizioni.

Contribuì all’ampliamento del Magnus Liber Organi (“Grande libro di organum“, una raccolta di composizioni musicali messa insieme dal magister Leoninus).
Aumentò il numero delle voci superiori e compose organa a tre e a quattro voci (organa tripla e quadrupla).
Le opere attribuite a Pérotin includono: il Viderunt omnes e il Sederunt principes a quattro voci, l’Alleluia, a tre voci; Dum sigillum summi Patris a due voci e la monodia Beata viscera. Il Viderunt omnes fu eseguito per la prima volta nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi il giorno di Natale del 1198 e questa è la prima data certa di tutta la storia della musica. Il Sederunt Principes fu eseguito invece il 26 dicembre 1199, sempre nella cattedrale di Parigi.
Viene citato dall’Anonimo IV e definito: “optimus discantor” (ottimo compositore di discanti).

Buona Musica!

Victimae paschali laudes

Ecco un esempio di canto gregoriano, una delle più celebri sequenze composta intorno al 1025-1050. E’ probabilmente di un certo Wipone, cappellano presso la corte tedesca, e ha il testo in latino.

Si intitola Victimae Paschali Laudes (Lodi alla Vittima Pasquale) ed il suo testo rievoca la Passione di Gesù Cristo, in particolare il momento in cui Maria Maddalena trova il sepolcro vuoto, essendo ormai Gesù risorto.

Testo:

Victimæ paschali laudes immolent Christiani.

Agnus redemit oves: Christus innocens Patri reconciliavit peccatores.

Mors et Vita duello conflixere mirando: Dux Vitæ mortuus, regnat vivus.

Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?

Sepulcrum Christi viventis, et gloriam vidi resurgentis,

Angelicos testes, sudarium et vestes.

Surrexit Christus spes mea: præcedet suos in Galilaeam.

Scimus Christum surrexisse a mortuis vere: Tu nobis, victor Rex, miserere.

Amen. Alleluia.

Traduzione:

Alla vittima pasquale si innalzi il sacrificio di lode, l’Agnello ha redento il gregge, Cristo l’innocente ha riconciliato i peccatori col Padre.

Morte e Vita si sono affrontate in un duello straordinario: il Signore della vita era morto, ora, regna vivo.

Raccontaci, Maria, che hai visto sulla via?

La tomba del Cristo vivente, la gloria del risorto; e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le vesti; Cristo mia speranza è risorto e precede i suoi in Galilea.

Siamo certi che Cristo è veramente risorto. Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi.

Amen. Alleluia.

Buona Musica!

La musicalità tra sacro e profano nel Medioevo

Sant’Agostino (354-430) fu uno dei più importanti Padri della Chiesa: pagano d’origine, si convertì al Cristianesimo, venne battezzato da Sant’Ambrogio nel 387 e scrisse numerosi e importanti lavori in latino in cui difese la nuova religione; celebri fra l’altro sono le Confessioni, in cui narra la sua vita e la sua conversione. Nel passo che riportiamo Sant’Agostino parla del “giubilo”, cioè del canto gregoriano “melismatico”, ove la voce, così come avveniva negli Alleluja, si effondeva in lunghi vocalizzi di giubilo, cioè di gioia.

Ciascuno si domanda come cantare a Dio. Devi cantare a Lui, ma, non in modo stonato. Non vuole che siano offese le Sue orecchie. Cantate con arte, fratelli. Quando davanti ad un buon intenditore di musica, ti si dice, canta in modo da piacergli, tu privo di preparazione musicale, vieni preso dall’emozione nel cantare perché non vorresti dispiacere al musicista, infatti quello che sfugge al profano, viene notato e criticato da un intenditore di musica. Orbene, chi oserebbe presentarsi a cantare con arte a Dio, che sa ben giudicare il cantore, che esamina con certezza ogni cosa e che tutto ascolta così bene? Come potresti mostrare un’abilità così perfetta nel canto da non offendere in nulla orecchie così perfette?

Ecco Egli ti dà quasi il tono della melodia da cantare: non andare in cerca della parole (…), canta nel giubilo. Che cosa significa cantare nel giubilo? Comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta col cuore. Coloro infatti che cantano sia durante la mietitura sia durante la vendemmia sia durante qualche lavoro faticoso, prima avvertono il piacere suscitato dalle parole dei canti, ma in seguito, quando l’emozione cresce, sentono che non possono più esprimerla in parole e allora si sfogano in una semplice successione di note. Questo canto lo chiamiamo “giubilo”.

Il giubilo è quella melodia con la quale il cuore effonde quanto non riesce ad esprimere con parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l’ineffabile? Dio? Infatti è ineffabile colui che tu non puoi esprimere. E se non lo puoi esprimere, e dall’altra parte non puoi tacerlo, che cosa ti rimane se non giubilare? Allora il cuore si aprirà alla gioia senza servirsi di parole e la grandezza straordinaria della gioia non conoscerà i limiti della sillabe.

Molte composizioni, nonché vari scritto trasmessici dai Trovatori e dai Trovieri, ci forniscono interessanti notizie sia sulla loro attività sia sugli svaghi più caratteristici nella vita di corte del Duecento. Ad esempio una composizione (della quale possediamo anche la musica) creata dal troviere Colin Muset, vissuto nella prima metà del XIII secolo, ci fa capire che la vita e le risorse economiche di questi poeti-musicisti erano strettamente subordinate alla generosità degli aristocratici presso i quali vivevano.

Signor Conte, ho suonato la viella davanti a voi, nel vostro palazzo, e non mi avete regalato nulla, né pagato salario: è villania! Per la fede che devo a Santa Maria, così non potrò stare al vostro seguito: la mia scarsella è poco fornita e la mia borsa poco piena.

Signor conte, suvvia comandate quel che volete di me. Signore, se v’aggrada, suvvia, donatemi un dono, per cortesia! Che ho desiderio, non dubitate, di tornare dai miei: quando faccio ritorno a borsa vuota mia moglie non mi sorride!

Anzi mi dice: “Signor Babbeo, in che paese siete stato , che non avete guadagnato nulla? Troppo siete andato a spasso giù per la città. Guardate com’è floscio il vostro zaino: è pieno soltanto di vento. Sia vituperato chi ha voglia di stare in vostra compagnia!”

Ma quando torno a casa e mia moglie ha adocchiato sulle mie spalle gonfia la bisaccia e ch’io son ben vestito d’un abito foderato, sappiate ch’ella subito ha deposto giù la conocchia senza far commedie e mi sorride schiettamente e mi getta le braccia al collo.

Mia moglie corre a sciogliere il mio zaino senza indugio; la mia serva corre ad ammazzare due capponi per cucinarli in salsa d’aglio; mia figlia mi porta un pettine con le sue mani, cortesemente. Allora sono padrone a casa mia più che nessuno potrebbe narrare.

E così dai Consigli ai giullari del Trovatore provenzale Guiraut de Calanson, vissuto anch’egli agli inizi del Duecento, veniamo a sapere quali dovevano essere i principali compiti dei menestrelli di corte: per farsi bene apprezzare costoro non solo dovevano essere in grado di suonare i più disparati strumenti, ma dovevano avere doti di giocolieri e di ammaestratore di animali!

Sappi percuotere il tamburo e i cimbali (coppia di piattini metallici da percuotersi uno contro l’altro), e far risuonare la sinfonia (strumento a corde, simile alla ghironda, in grado di produrre più suoni contemporaneamente). Sappi lanciare in aria e tenere sul coltello piccoli pomi; imitare il canto degli uccelli; fare giochi coi corbelli (far giochi di prestigio), far saltare scimmie attraverso quattro cerchi; suonar la citòla (strumento a pizzico dalla cassa piriforme costituito da una sola corda) e la mandòla (strumento ad arco costituito da una sola corda); toccar il manicordo (strumento ad arco costituito da una sola corda) e la chitarra; guarnir la rota (strumento simile alla lira, ma suonato con l’arco) con 17 corde; suonar l’arpa, accordare bene la giga (strumento ad arco con 3 o 4 corde e con cassa ricurva) per rallegrare l’aria del salterio. Giullare, tu farai preparare nove strumenti a 10 corde. Se tu impari a suonarli bene, forniranno tutti i tuoi bisogni. Fa’ anche risuonare le lire e tintinnare i sonagli.

Buona Musica!

Trovatori, Trovieri e i Minnesänger

Le prime composizioni dell’età gregoriana appartengono tutte al mondo religioso: questo perché le abbazie ed i conventi si preoccuparono di conservare i brani musicali utili alla vita che si svolgeva al loro interno e nelle chiese a loro direttamente collegate. Non per questo bisogna pensare che a quei tempi non esistesse musica profana, cioè musica dal carattere amoroso, politico, scherzoso, oppure per la danza; ma in genere questa musica non veniva scritta perché era ritenuta poco importante da non far nascere l’esigenza di “tramandarla” ai posteri.

Ecco perché, almeno all’inizio, le testimonianze di musica profana sono assai rare: fra i primi esempi significativi ricordiamo i Carmina Burana, una raccolta di canzoni del XIII secolo, così chiamata perché conservata a lungo nel convento benedettino di Beuren in Germania. Si tratta di una divertente raccolta di canti di giovani studenti ove gli argomenti più diffusi sono ovviamente l’amore unito al piacere del vino e del gioco d’azzardo.

Le prima grande testimonianza di musica profana si ebbe però in Francia ove, sempre tra il 1100 ed il 1200, si diffusero le musiche dei Trovatori e dei Trovieri: erano cantori che allietavano il raffinato ambiente delle corti con melodie basate per lo più su testi che lodavano la donna amata e la natura. In particolare, i Trovatori erano attivi nella Francia del sud, specie in Provenza, ed utilizzavano la lingua d’oc (cioè occitana); i Trovieri invece agivano nella Francia del nord, utilizzando la lingua d’oil (dalla quale derivò il francese moderno).

Tra le forme più utilizzate dai Trovatori e Trovieri ricordiamo le canzoni legate alla danza, come le Ballate, le Estampide, i Virelais e i Rondeaux. Le Complaintes erano invece brani di argomento elegiaco e i Sirventesi di argomento politico.

I trovatori più illustri furono Bernart de Ventadorn Raimbaut de Vaquerais.

Fra i Trovieri è importante citare Adam de La Halle, che ci ha, fra l’altro, lasciato il primo esempio di teatro musicale della nostra era, Le Jeu de Robin et Marion, una semplice vicenda d’Amore fra due giovani pastori.

Anche in Germania si sviluppò una florida tradizione di canti profani, tradizione che fu coltivata dai cosiddetti Minnesänger, cioè “cantori d’amore”. Fra costoro ricordiamo Tannhäuser, che avrebbe ispirato nell’Ottocento un’omonima opera di Richard Wagner.

Gli strumenti più caratteristici utilizzati dai Trovatori, dai Trovieri e dai Minnesänger per accompagnare le loro canzoni furono la Viella, la Ribeca e la Ghironda, tutti a corde strofinate.

Buona Musica!

La nascita della Polifonia

Verso il X secolo incominciarono a prodursi all’interno della musica gregoriana i primi esperimenti di Polifonia, cioè di canto non più monodico, ma formato da diverse linee melodiche sovrapposte: in altre parole il coro si divideva in due o più gruppi e ciascun gruppo intonava una sua linea melodica ben precisa.

Queste forme di polifonia ebbero il nome di Organum (plurale: organa): i primi esempi furono a due voci (o per due gruppi di cantori) e più tardi anche a tre e quattro. La melodia gregoriana originale era detta Voce Principale, quella aggiunta per formare l’organum era detta Voce Organale.

Tali voci potevano così procedere in tre forme diverse;

  • per moto parallelo, quando entrambe si muovevano nello stesso senso:
  • per moto obliquo, quando una voce ripeteva una nota e l’altra invece saliva o scendeva;
  • per moto contrario, quando una saliva e l’altra scendeva.

Poiché “nota” in latino era detta punctum, tale procedimento ebbe il nome di punctum contra punctum, cioè di “nota contro nota”: da qui scaturì il nostro termine Contrappunto che indica il movimento

Le principali forme.

Le prime forme di Organa si svilupparono a Parigi, presso l’ambiente della cosiddetta Scuola di Notre Dame (la celebre cattedrale di Parigi); qui incontriamo i nomi dei due primi compositori della nostra civiltà: PérotinLéonin.

Fra le più importanti forme di canto polifonico sviluppatosi durante il XIII secolo ricordiamo il Conductus, canto da essere “condotto” in processione,

il Rondellus, canto profano caratterizzato da una melodia che ritornava più volte come in un cerchio,

e il Mottetto, brano a tre voci che sovente sovrapponeva testi diversi, anche di genere opposto, come sacro e profano, in questi casi ebbe il nome di “mottetto politestuale”.

Buona Musica!

La Musica dall’alto Medioevo al 1300

I primi passi della nostra civiltà musicale sono stati compiuti nell’ambito della religione cristiana. Questa musica si è sviluppata nel corso dei primi secoli del Cristianesimo assorbendo vari influssi, soprattutto da parte delle attigue civiltà greca ed ebraica, comunemente nota come “Musica Gregoriana”.

Con tale termine ci si riferisce alla musica sacra creata nel periodo che va dai primi anni di diffusione del Cristianesimo (affermatosi ufficialmente nell’Impero Romano con l’Editto di Costantino del 313) sino all’anno Mille circa.
Il nome deriva dal benedettino Gregorio che fu papa con il soprannome di Magno (Grande) dal 590 al 604 e che s’impegnò con successo ad accrescere il prestigio della Chiesa e la romanizzazione dei Longobardi, allora padroni di quasi tutta l’Italia settentrionale e di buona parte di quella centrale.

Fra le numerose riforma attuate da Gregorio Magno ci fu anche quella che riguardò il canto religioso: egli infatti, per dare maggiore unità alla Chiesa, si preoccupò di fondere i numerosi canti di preghiera che venivano usati in tutti i centri già raggiunti dal Cristianesimo.
A tale scopo raccolse i brani che potevano e dovevano essere utilizzati non solo a Roma, ma in tutti i centri cristiani d’Europa: contemporaneamente riorganizzò la scuola dei cantori e incaricò vari vescovi di diffondere, assieme al Cristianesimo, i nuovi canti.

Il complesso di regole e di tradizioni posto alla base di queste preghiere cantate sarebbe quindi stato rafforzato, due secoli più tardi, durante il regno di Carlo Magno: questi infatti nella sua importante opera di unificazione civile, comunemente nota come “rinascita carolingia”, attuata agli inizi del IX secolo, impose ufficialmente il canto gregoriano in tutte le provincie del Sacro Romano Impero.

Questi canti vennero diffusi e conservati nelle varie abbazie sparse in Italia (ad esempio a Montecassino, poco a sud di Roma, a Nonantola, vicino a Modena,a Benevento, Novalesa, nel Piemonte occidentale, presso Susa, etc.), in Svizzera (San Gallo, Einsiedeln), in Francia (Cluny, Limoges), in Germania (Reichenau, Fulda), in Spagna (Montserrat, Toledo), in Gran Bretagna (Canterbury, Winchester).

Le caratteristiche più importanti

Il canto gregoriano non aveva alcuna finalità artistica, ma aveva il solo scopo di unire i fedeli nella preghiera e di accentuare così il raccoglimento.
Era quindi un canto piano, cioè con note vicine, senza difficili stacchi d’altezza; era un canto monòdico, ove i vari componenti del coro cantavano tutti le stesse note.
La lingua utilizzata era sempre il latino ed erano categoricamente esclusi gli strumenti.

Le principali forme di canto

Si distinguevano due forme di canto, l’accentus, ove il testo liturgico veniva declamato, con una nota per sillaba, e il concentus, ove il testo dava invece luogo a vocalizzi (detti melismi) e ad abbellimenti.

Tipica della prima forma fu la salmodia, cioè il canto di un testo biblico (in genere i Salmi di Davide);

della seconda fu invece l’innodia, cioè il canto di inni, anche questi, in genere, su testi biblici; ad esempio un tipico inno fu l’Alleluja (Sia lodato Iddio), ove la voce indugiava a lungo sulle sillabe di questa parola, inanellando su ciascuna varie note, e si effondeva così in un puro canto di gioia.

La teoria

La teoria musicale si rifece, ma solo esteriormente, a quella greca; si basò su scale che conservarono il nome (solo il nome) della antiche scale greche: si ebbero così una scala dorica, una frigia, una lidia ed una misolidia. 

A queste quattro scale, definite tutte “autentiche”, vennero poi affiancate altre quattro a loro simili ed a loro direttamente collegate (dette ipodoricaipofrigiaipolidia ed ipomisolidia), definite anche plagali cioè “false“, “derivate“.
Questi otto tipi di scale furono chiamati modi e vennero a formare il complesso della cosiddetta modalità gregoriana; ancora oggi, quando si dice che un brano di musica è “modale”, si intende che esso si basa su una della otto scale gregoriane.

Il Tropo e la Sequenza

Caratteristici prodotti della musica gregoriana furono il tropo e la sequenza: testi liturgici liberamente creati che sostituivano i vocalizzi degli Alleluja, sovente troppo lunghi e difficili da ricordare.
Delle numerosissime sequenza che vennero composte, le più significative sono il Veni, Sancte Spiritus (Vieni, o Spirito Santo) per la festa di Pentecoste, il Dies Irae (Giorno dell’ira) per la messa dei defunti ed evocante il giorno del Giudizio Universale ed il Victimae Paschali laudes (Lodi alla Vittima Pasquale).

La Lauda

Infine è importante ricordare la diffusione della lauda; nata in Umbria nel XIII secolo, era una composizione di genere sempre monòdico, ma di spiccato carattere popolare e in italiano. Veniva cantata da semplici anonimi devoti in occasioni di particolari ricorrenze religiose, specie durante la processioni in onore della Vergine e della Trinità.
La laude più importanti sono conservate nel cosiddetto Laudario di Cortona, così definito perché trovato in un convento della cittadina toscana da cui prende il nome.

Buona Musica!